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La storia degli Sdemoika parte da lontano. Dagli anni ‘90, per meglio dire. All’epoca, in verità, non esistevano gli Sdemoika bensì i Ddt, band composta da Riccardo e Marco, due cugini di Castiglione del Lago. Verso la fine di quegli anni i Ddt si sciolgono. Tuttavia, nel 2006, i due sono nuovamente colti dal “mal di rock”. Reclutano perciò Stefano, fratello di Marco, alla chitarra e nel gruppo approda anche un secondo Marco, alla batteria. Quest’ultimo, nel 2009, quando il gruppo decide di incidere i propri brani, abbandona la nave ma è subito rimpiazzato da Michele “Freschezza”. Nonsolopiattume, album di esordio degli ormai Sdemoika, viene registrato in 40 ore in un piccolo studio locale. Gli apprezzamenti, tra gli addetti ai lavori del perugino, di certo non mancano. Così come non mancano i problemi, purtroppo fisiologici nelle band emergenti.
Come nasce la volontà di pubblicare i vostri brani sotto licenze Creative Commons?
La scelta delle Creative Commons è venuta da Marco che è il ‘wuminghiano’ della band. Memore delle scelte di questo gruppo di scrittori ci ha fatto conoscere questo mondo, sapendo delle montagne di carta, soldi e tempo che occorrono per la regolarizzazione con la Siae. E sapendo anche che altrove si riescono a fare le stesse cose senza sottostare a quella che tra amici musicisti chiamiamo ‘mafia’.
E i vantaggi, ci sono?
Il vantaggio più grande delle CC è il poter pensare di non rendere conto a nessun organo amministrativo perché poi, come tanti artisti o pseudoartisti, la cosa fondamentale è poter imbracciare uno strumento e lasciarsi andare.
Da cosa traete spunto per comporre la vostra musica?
Le canzoni nascono tutte dalla chitarra acustica di Riccardo e di Stefano (la regola è: chi la scrive la canta). L’ispirazione viene dalla vita di tutti i giorni, soprattutto dallo schifo di tutti i giorni.
Ascoltando i pezzi contenuti in Nonsolopiattume emerge una variegata scelta di stili. In soldoni, qual è il genere che proponete?
Musicalmente credo che nessuno di noi alla domanda ‘qual è il vostro genere?’ sappia rispondere. Mettiamola così. Si prenda un cantante folkblues con tendenze punkose, un bassista versatile, un chitarrista con tanta voglia di rock’n’roll ed un batterista hardcore ex chitarrista punk. Ecco chi sono gli Sdemoika.
Quale è stata, finora, la vostra soddisfazione più grande?
La più bella soddisfazione per noi è vedere ai nostri concerti fans minorenni accompagnati dai genitori e la cosa che veramente vorremmo per il nostro futuro è trovare un’anima pia (in senso metaforico) che si prenda la briga di trovarci serate fuori zona.
(fabio germani)

Abbiamo intervistato Luca Bianchino, “portavoce” dei Guarentigia i quali hanno rilasciato da poco l’ep La giovane Italia acquistabile su iTunes e sui maggiori digital stores. Buon ascolto!
(frw/red)
Presentiamo i Black Elephant, gruppo rock di Savona. Durante la puntata di Tempi Moderni del 31 gennaio sono intervenuti Davide e Alessio, componenti della band. Buon ascolto!
(frw/red)
Chi sono gli Invita Minerva? Sono i diretti interessati a spiegarlo a FutuRadio Web. “Se parliamo dei singoli la storia è davvero molto lunga, tutti suoniamo da moltissimi anni e abbiamo avuto esperienze diverse nel corso del tempo. Gli Invita Minerva esistono ufficialmente dal 2009, nati dalla volontà di Fabio e Silvio di dare concretezza ad una idea che da sempre avevamo, proporre musica originale con testi in italiano con la finalità da una parte di intrattenere nel più genuino spirito rock’n’roll e dall'altra di indurre chi ci ascolta a delle riflessioni. In realtà noi due suonavamo già insieme in un altro gruppo, gli Unisuono, un trio con un altro batterista. Quella band aveva una sonorità molto più ‘sporca e cattiva’ rispetto agli IM e rispecchiava in pieno l’esigenza espressiva che avevano allora. La voglia di continuare ci ha portato all’incontro con il batterista Angelo con cui è nata la giusta empatia che ha dato vita ai nuovi pezzi”.
Trio romano, gli Invita Minerva hanno all’attivo un ep di tre brani, pubblicato su Jamendo e presentato da FutuRadio Web. Anche loro, come tanti artisti emergenti e underground, hanno intrapreso un percorso, per così dire, “alternativo”.
Cosa vi ha spinto a pubblicare la vostra musica sotto licenze Creative Commons?
In realtà avendo all’attivo solo un demo non abbiamo ancora posto alcuna licenza sui brani, ma in ottica disco ci sembra la soluzione a noi più consona che ci permetterebbe di usufruire dei canali di distribuzione indipendenti e sicuramente a noi più affini.
Che tipo di riscontro avete ottenuto, finora, pubblicando in questo modo?
Il sistema attuale è fatto di monopoli e di interessi che lucrano sulla creatività ponendo delle barriere alla libera diffusione delle idee, il riscontro della nostra scelta come di quella di molti artisti lo si può già apprezzare osservando ciò che accade sulla rete dove l’artista non ha mediatori ed è l’unico promulgatore della propria opera.
Proponete un ‘rock a tratti’, secondo noi, molto riflessivo. Quale è la vostra fonte di ispirazione?
La definizione ‘rock a tratti’ è suggestiva, crediamo sia azzeccata. Lo spirito è senz’altro rock, ma la particolarità è nel sound che risente delle diverse influenze musicali. Quando si pensa al gruppo rock si ha subito l’idea di doverlo accostare per forza a qualcosa che già esiste, noi ci siamo voluti concedere il lusso e la libertà di inserire elementi inaspettati ed estranei rispetto ai soliti cliché attingendo a linguaggi che ci appartengono come il jazz o il country che ad un primo ascolto non emergono in modo così evidente. E’ ovvio che ognuno di noi ha i propri eroi. Lo sforzo è forse quello di lasciarli fuori dalla sala prove.
Su Jamendo avete pubblicato un assaggio di ciò che siete. State lavorando a qualche progetto più ampio?
Quello che c’è su Jamendo e sullo space rappresenta solo la prima fase degli Invita Minerva dal punto di vista creativo. I nuovi brani forse ci soddisfano maggiormente sia dal punto di vista musicale che lirico e ci piace molto suonarli dal vivo. In questa dimensione le cose possono anche evolversi e modificarsi, dilatarsi con l’improvvisazione. Stiamo inoltre lavorando su nuove idee. Il progetto più ampio è ovviamente la registrazione di un album.
Siete impegnati in qualche esibizione dal vivo al momento?
Abbiamo fatto qualche serata nei locali della Capitale, la scena del live per i gruppi che propongono qualcosa di originale non è delle migliori e siamo convinti che solo grazie a un grosso sforzo da parte nostra potremo toglierci qualche soddisfazione. Non mancheremo di informarvi per le prossime date.
Come vi immaginate ‘da grandi’?
Semplicemente, vorremmo continuare, nonostante tutto, a fare quello che ci piace.
(fabio germani)
Una prima esperienza nei Kim Novak, band “rockettara” di Roma composta, tra gli altri, da Carlo alla chitarra e Stefania alla batteria. Poi Barbara, bassista e amica di Stefania, si unisce ai due, nel frattempo dediti a nuovi progetti, e in questo modo prendono forma i Citizen Kane. Ma andiamo per ordine. “Il progetto Citizen Kane – racconta Carlo a FutuRadio Web – è nato all'inizio del 2004. Io e Stefania avevamo suonato insieme qualche tempo prima in un’altra band, i Kim Novak, dove non cantavo ma suonavo solo la chitarra. Avevo alcune canzoni pronte nel cassetto da anni, ma non avevo mai provato a cantarle. E quindi, con i Citizen Kane si è presentata l’occasione. Stefania e Barbara, la bassista, si conoscevano invece da tanto tempo e avevano militato in altre band della capitale. Venivamo da influenze musicali abbastanza diverse, anche se alcuni gruppi ci accomunano: i Blonde Redhead, Moltheni, ma anche i Pixies. Il trio è nato così”. Ancora oggi i tre amici, dopo sette anni di collaborazione, si divertono non poco. “Si è creata un’intesa speciale sia dal punto di vista musicale che umano”, spiega Carlo. Una carriera repentina, quella dei Citizen Kane. “Il primo ep è stato composto molto velocemente, a fine 2004. Tutte le parole che ogni giorno perdo conteneva sei brani originali e la cover di un brano dei Pavement, completamente stravolto. In quell’occasione è iniziata la collaborazione con Fabio ‘Reeks’ di Hombre Lobo, che ormai cura tutte le nostre registrazioni in modo magistrale. Da lì in poi abbiamo iniziato a fare concerti e ad ottenere i primi passaggi radio. Nel 2006 è uscito Fortezze, secondo ep autoprodotto, contenente cinque brani. Dopo qualche tempo abbiamo deciso di pubblicarlo su Jamendo, il portale della musica libera. Una delle canzoni, Il giardino dei rimorsi, ha avuto un bel successo, tanto che ora è arrivata a 34 mila ascolti. Nel 2009 abbiamo pubblicato il nostro ultimo cd Il male bianco (proposto anche su FutuRadio Web, ndr), sette inediti più la cover di Preghiera in gennaio di De Andrè, e ora lo abbiamo lanciato in download libero sempre su Jamendo”.
Cosa è Il male bianco? “Il male bianco – scrivono i Citizen Kane sulla loro pagina Jamendo – è una epidemia che colpisce progressivamente un’intera nazione, rendendo le persone cieche e risvegliandone gli istinti più violenti e primordiali. È la storia di ‘Cecità’ di J. Saramago. Il male bianco si sta diffondendo nel nostro Paese, che soffre di una regressione inarrestabile dal punto di vista culturale e sociale. L’epidemia, in questo caso, è stata studiata a tavolino, negli anni, da una classe politica che detiene saldamente il timone del consenso. Il male bianco è un cd che risente fortemente di questo contesto di stasi, che scivola via trascinando pericolosamente le nostre coscienze nell’immobilità assoluta, sia nella sfera privata che in quella pubblica”.
Il male bianco, in questo senso, sembra assumere il valore di una denuncia sociale. Quanto è difficile descrivere in musica la realtà che ci circonda?
In realtà Il male bianco contiene diversi temi. Di sicuro ci sono tracce molto esplicite e di denuncia, come Naufragi che parla dei barconi di immigrati che cercano disperatamente di approdare sulle coste di questo nostro ormai ridicolo e surreale Paese. Ci sono invece altri brani come lo stesso Male Bianco o L’esito migliore che scavano maggiormente nell’universo dei sentimenti, in un tentativo di raccontare la realtà dell’animo umano in tutta la sua costellazione di indolenze, paure e disillusioni. Tutte la nostra musica è in bilico tra la sfera più intima e la denuncia politica. Non penso che la questione sia nella difficoltà di descrivere la realtà in musica, quanto piuttosto il riuscire ad andare oltre, a trasmettere qualcosa, anche di indefinito, che faccia riflettere o che possa emozionare. Purtroppo stiamo attraversando un periodo tetro e degradante, in cui il desiderio di fuggire dall’Italia si fa sempre più forte. Descrivere la realtà forse non basta più. È già abbastanza allucinante di per sé. Servono stimoli e reazioni, qualcosa che dia la scintilla giusta per il cambiamento. Vedremo se anche noi, nel nostro piccolo di band indie-rock, riusciremo in questa sfida.
Cosa vi ha spinto a pubblicare i vostri album sotto etichette Creative Commons?
Il nostro ragionamento è semplice. In primo luogo, abbiamo avuto a che fare con la SIAE e non pensiamo sia un’organizzazione che tuteli veramente i musicisti. Le licenze Creative Commons ci permettono invece di esplicitare quale uso vogliamo che sia fatto della nostra musica. Siamo contenti di avere la possibilità di farla scaricare liberamente e che il nostro cd sia liberamente duplicabile. In questo modo riusciamo ad avvicinarci meglio al pubblico e a diffondere le nostre canzoni. Mi sembra che le licenze Creative Commons riescano a creare un patto felice tra gli ascoltatori e i gruppi che fanno questa scelta.
Quali riscontri avete ottenuto pubblicando le vostre opere in questo modo?
Un riscontro ottimo, sicuramente. Facilita molto lo scambio e la diffusione. Le persone, le radio si sentono libere di scaricare e ascoltare i nostri brani e questo non può che renderci felici. Peraltro, essendo Jamendo un portale internazionale, abbiamo dei fans stranieri che ascoltano i Citizen Kane, ci inseriscono nelle loro playlist, commentano i nostri brani, e tutto questo ci sorprende e ci diverte considerando che cantiamo esclusivamente in italiano e non facciamo pop.
Siete impegnati in live o concerti in questo periodo?
Dopo anni di live quasi esclusivamente a Roma, stiamo cercando di andare a suonare fuori. Ci siamo dovuti fermare per qualche mese, ma ora ci siamo rimessi in moto. Se qualche locale è “in ascolto” e vuole invitarci a suonare è benvenuto. O anche se qualche booking vuole accoglierci. Purtroppo l’autorganizzazione è bella, ma complicata.
Progetti per il futuro?
A parte questa idea (desiderio) di concerti in giro per l’Italia, stiamo lavorando a un nuovo album prendendoci molto tempo per la costruzione dei pezzi. Stiamo anche cercando un musicista che voglia collaborare per una parte più elettronica, siamo in piena evoluzione sonora e non ci dispiacerebbe aprirci a collaborazioni musicali esterne.
(fabio germani)
Di Andrea Diletti avevamo già parlato qui. Abbiamo intervistato il bravo cantautore abruzzese lunedì, durante la diretta di Tempi Moderni. Proponiamo di seguito il poodcast della puntata. Buon ascolto!
(frw/fge)
“All’età di sette anni sono rimasto folgorato da un servizio televisivo sul grande Freddie Mercury. A quel punto ho deciso di dedicare la mia vita alla musica”. Si è raccontato ai microfoni di FutuRadio Web Andrea Petrucci, cantante classe 1981 di Ascoli Piceno. A giugno è uscito il suo album (acquistabile nei negozi di dischi o su iTunes) dopo una lunga carriera iniziata tanti anni fa, dapprima con le cover band. Ma non solo. Molti concorsi e molte partecipazioni ad eventi musicali hanno formato Andrea prima di iniziare a scrivere e a comporre materiale inedito. E a FutuRadio Web ha spiegato come è nato il suo ultimo lavoro che lo ha spinto, tra le altre cose, a trasferirsi a Milano. “Per raggiungere un obiettivo, in un mondo particolare quale è quello della musica – ha osservato Andrea nel corso dell’intervento radiofonico nel programma Tempi Moderni –, bisogna seguire una propria linea, avere una propria visione. Certo, è necessario anche sapere ascoltare i consigli altrui, apprendere il più possibile. E poi, naturalmente, registrare demo e farle ascoltare. Ma è fondamentale, a mio avviso, rimanere se stessi e non farsi riempire la testa da chissà cosa. Ampliare la visuale, senza però mai perdere di vista il proprio percorso”. Del resto, ha in seguito chiosato Andrea, “fare musica è attualmente molto difficile”. “Trovare una etichetta che supporti gli artisti, specie gli emergenti, è impresa ardua. Chi riesce in questo, spesso, è stato abile a sfruttare un mix di fortuna e bravura. E se non si è figli dei talent show è ancora peggio”.
Tredici brani contenuti nell’album tra cui Non siamo soli nell’universo (video sotto), pezzo ascoltato durante la diretta di Tempi Moderni.
Per ulteriori informazioni su Andrea Petrucci basta consultare il sito ufficiale www.andreapetrucci.com oppure la pagina fans club su Facebook. E’ possibile, invece, acquistare l’album (“Un bel regalo di Natale”, come ha sottolineato lo stesso Andrea) anche online, su iTunes.
(fabio germani)
Sono di Bologna, ma non proprio. Inizialmente non vi erano i componenti che invece ne fanno parte oggi. Ma la carica e l'adrenalina, quelle di certo non mancano ai 373°K. Il loro è un rock 'n' roll duro e puro. Ascoltare per credere. “La band 373°K – racconta a FutuRadio Web Tia Villon, voce e pianoforte del gruppo – nasce nel 2009 con musicisti diversi da quelli che oggi vi militano, eccetto me. In quello stesso anno abbiamo registrato la nostra prima demo ...comunque libero. Veniamo tutti da città diverse, ma siamo di Bologna in quanto studenti universitari e ci siamo ritrovati a suonare nella città emiliana. Attualmente la formazione è composta, oltre a me, da Stefano Venosta, chitarra ritmica e cori, Francesco “Gringo” Di Nicola, chitarra solista, Rocco Romani, basso elettrico, Francesco “Wolf” Lupi, batteria”.
Toglieteci una curiosità. 373°K: da cosa deriva il vostro nome?
Il nostro nome gioca su due fattori diversi: innanzitutto in Fisica 373,15 K equivalgono a 100°C, e questo è un rimando al Rock 'n' Roll più “caldo” e “bollente” che è la musica che facciamo e alla quale ci ispiriamo. La seconda spiegazione, che è poi quella da cui ho preso spunto per il nome, è più dentro al significato della parola “bollente”, per noi bollente sta ad indicare uno stato emotivo di rabbia, la rabbia nei confronti di una realtà ormai sempre più stereotipata e completamente lontana da quelli che sono i desideri, i sogni di ognuno di noi. Un'altra caratteristica del nome è la presenza (sbagliata ma voluta) del simbolo “°”. L'abbiamo inserita perché così poniamo l'attenzione sul carattere “filosofico” del nome, non tanto sulla misurazione fisica, e poi noi siamo un dannato gruppo rock, non una misura!
Nell'ambito underground, almeno per quella che è la nostra esperienza, è assai raro imbatterci in band rock 'n' roll che cantano in italiano. Perché questa scelta?
La scelta è data dalla spontaneità. Quando scrivo i testi delle canzoni mi piace essere il più diretto possibile, usare le potenzialità espressive che una lingua può dare, e l'utilizzo della propria lingua è, secondo me, il modo migliore. È difficile secondo me scrivere testi sinceri e non costruiti usando una lingua comunque “straniera”. Quindi più che una scelta io la definirei un'esigenza.
Cantando voi in italiano, ci viene spontaneo pensare che abbiate quali fonti d'ispirazione anche rockers italiani... E in ambito straniero, invece, cosa vi piace?
Per quel che riguarda il rock italiano sicuramente Litfiba e l'esperienza di Piero Pelù solista (soprattutto gli ultimi dischi). Poi aggiungerei Ligabue, almeno fino a Sopravvissuti e sopravviventi. Per quel che riguarda l'ambito straniero direi Guns 'n' Roses, Skid Row e tutto l'hard rock/rock 'n' roll americano anni '80 (Motley Crue, Poison...).
Siete molto impegnati nei concerti dal vivo. Quale è la risposta del pubblico durante i live per una band come la vostra?
La nostra musica viene sempre molto apprezzata così come l'idea di cantare in italiano. Il pubblico dei nostri concerti si diverte perché i nostri non sono concerti a cui bisogna assistere “seduti”... da che mondo e mondo il rock serve a scuotere la gente e noi in più vogliamo scuoterne anche la testa perché oggigiorno ce n'è veramente bisogno.
Siete al lavoro su qualche nuovo progetto?
A breve ci rinchiuderemo in studio per registrare il nostro primo album la cui uscita è prevista intorno a marzo, aprile 2011. Il titolo è ancora da definire quindi non posso esprimermi in merito. Comunque conterrà otto, nove pezzi e ciò che è sicuro è che sarà un album pienamente rock 'n' roll!
(fabio germani)
Di Anto e Tico qualcosa avevamo già raccontato. I due formano un gruppo, a metà tra il pop e la techno, nel 1997. “L‘incontro – ricordano – è avvenuto in un periodo in cui Anto cercava dei musicisti per portare sul palco un suo progetto discografico personale e gli fu presentata Tico, quale bassista. Da subito venne però fuori che lei era anche autrice, cantante e aveva un sacco di idee interessanti. Insomma, i piani di Anto furono totalmente scombinati e nacque Fluydo”. I percorsi musicali di Anto e Tico sono molto diversi. Il primo viene dall'hip hop e la seconda dal punk. Ma ciò non ha mai rappresentato un ostacolo, anzi. Le contaminazioni di entrambi, infatti, offrono un'osmosi particolare, una mescolanza di sonorità senza eguali.
Quindi potremmo affermare che Fluydo è una sintesi delle vostre precedenti esperienze...
I rispettivi background, più neri per l’uno e più nordici per l’altra, confluiscono sicuramente nel lavoro insieme. C’è però un’altra grande porzione costituita da tutto ciò che ci ha influenzato a partire dal nostro incontro, poiché tante cose sono successe nella musica da allora. Basti pensare alla maturazione della techno e dell’uso del bassline, alle parentesi indelebili del Sound di Bristol e del drum’n’bass, alla sempre crescente influenza dell’hip-hop.
Il vostro è un gruppo attivo dal 1997, ma soltanto negli ultimi anni avete iniziato a proporre la vostra musica su Jamendo, condividendola attraverso licenze Creative Commons. Qual è la ragione che vi ha spinto a una tale decisione?
La decisione è stata difficile, ma inevitabile. Difficile poiché l’abbiamo presa a metà del 2007, quando sembrava una totale follia, soprattutto per un gruppo sotto contratto con una casa discografica di tutto rispetto. Inevitabile poiché capivamo che la discografia era nel mezzo di una rivoluzione storica, legata ai nuovi mezzi di fruizione e di condivisione. Il dato certo è che i dischi, le registrazioni in genere, non sono più merce di scambio ma solo veicoli per altro tipo di business. I discografici non vogliono metterselo in testa e, dunque, l’unica scelta possibile per Fluydo è stata quella di tornare ad essere totalmente indipendente e di incamminarsi verso il futuro.
Avete una certa tendenza a remixare molti dei vostri pezzi e spesso Ice One collabora con voi. E' un retaggio di Anto, quasi a voler significare che il primo amore non si dimentica mai?
In realtà Ice One, da bravi somari, lo conoscevamo solo di fama e fu la generosa Malaisa a metterci in contatto con lui, nel periodo in cui lavoravano ad un album insieme. Tra noi fu amore a prima vista e, in una prima fase, lui si accollò la produzione di Fluydo. Seguì una costante serie, ancora in atto e speriamo infinita, di brani in collaborazione, featuring e remix reciproci, esibizioni dal vivo. In tutto ciò, il Maestro ci ha insegnato tantissimo sul mestiere e… sulla vita in genere!
In molti dei vostri brani fate ricorso al numero 7. Ha un qualche significato particolare?
Il 7 è indubbiamente un numero molto particolare: non è un caso che ricorra, in maniera rilevante, sia in natura che nelle diverse culture, in ogni disciplina. Non c’è quindi da sorprendersi se lo si ritrova anche dentro Fluydo, con altrettanta rilevanza: noi siamo un po’ come spugne e il nostro lavoro tenta sempre di essere una piccola summa del mondo che ci circonda. Ora che ce lo fai notare, anche questa intervista è composta da sette domande, non è bizzarro?
Non ci avevo pensato, in effetti. Nel tempo libero che tipo di musica amate ascoltare?
Preferiamo ascoltare la musica buona, ovviamente. Ma anche quella cattiva non va dimenticata: aiuta ad apprezzare meglio la prima e poi, se si sa ascoltare, qualcosa di positivo si trova in tutto. Per il discorso di cui sopra, non abbiamo particolari fisime su generi ed epoche: certo, apprezziamo molto l’innovazione e disprezziamo il conformismo quindi, conseguentemente, tendiamo ad evitare le cose “di maniera”.
A settembre è uscito il vostro ultimo ep. E' un lavoro fine a se stesso o anticipa un album completo?
L’abbandono della discografia ufficiale ci ha liberato anche dai format convenzionali. Il nostro primo esperimento in questo senso, 7 Fool Moons, rompeva il concetto di album non solo in senso fisico ma anche temporale: un brano nuovo ad ogni luna piena, per sette volte, seguito poi dalla cristallizzazione in Superbonuspack, insieme ad una serie di remix nati spontaneamente in altri angoli del globo. L’ep a cui alludi, The Gang Bang, è scaturito di prepotenza dal brano
Soundorgasmic che ha voluto reincarnarsi in diversi artisti e ispirare video e performance live. Quello che bolle in pentola è un nuovo progettino, un progetto un po’ più ambizioso del solito, come suggerisce il nome stesso: Revolution.
L'intervista è finita. Ma Anto e Tico tengono a farci sapere che di Revolution è la prima volta che parlano. Insomma, si tratta di un'anticipazione in esclusiva. E scusate se è poco...
(fabio germani)
Era il 2007 quando si formarono i Resolve. Nel 2010, invece, il debutto discografico con Fast Youth Soundtrack, album uscito nei negozi e su Interpunk.com il 29 ottobre sotto Oxygenate Production/Audioglobe. In occasione del loro esordio FutuRadio Web ha intervistato Sisco, cantante dei Resolve. “Il gruppo – racconta Sisco – si è formato nel 2007. In questi tre anni, la band si è evoluta molto, subendo alcuni cambi di line up, fino a giungere alla formazione attuale: io alla voce, Filippo al basso, Ange alla batteria, Taxi e Fede alle chitarre”. Sisco è il tipico “cittadino del mondo”. Ne ha viste tante, lui che viene dal Guatemala. Dapprima si era trasferito negli Stati Uniti e successivamente in Europa per giungere, infine, in Italia. Dove ha conosciuto Filippo e dato vita ai Resolve.
Ci incuriosisce molto la storia del tuo incontro con Filippo. Come vi siete conosciuti e perché avete deciso di creare insieme la band?
Io sono Guatemalteca. In Guatemala ho trascorso la mia vita in strada accumulando molte esperienze. Poi mi sono trasferito negli States e poi in Europa fino ad arrivare in Italia, qui ad un concerto ho conosciuto Filippo. Ho un brutto carattere ed una personalità aggressiva, queste mie caratteristiche le ho trasferite in parole, dirette, senza mezze misure, accusando politici e fatti di vita. Filippo è stato il primo musicista che ho conosciuto in Italia e con lui le mie idee si sono commutate in liriche e brani, da qui l'idea di formare una band in cui poter sfogare tutta la mia contrarietà e opposizione a tutte le ingiustizie del mondo. La vita di strada ha i suoi lati oscuri, del resto, basti però sapere che l’idea di creare i Resolve è venuta in mente ad entrambi, principalmente per parlare attraverso testi e musica del disagio che si vive nel nostro paese per essere diversi, sia nell’aspetto fisico che nel modo di pensare: o si è standardizzati alla massa dei benpensanti o si è accantonati, se non perseguitati.
Parlando di musica, è appena uscito Fast Youth Soundtrack, vostro album di esordio. Misperceptions è il primo singolo (il video è stato presentato in anteprima su FutuRadio Web TV). All’ascolto risulta immediata la potenza del brano. Che tipo di genere proponete e a quale tipo di pubblico vi rivolgete?
Misperceptions è anche il videoclip promozionale realizzato con uno dei migliori registi indipendenti italiani, Salvatore Perrone. Perrone ha saputo valorizzare uno dei punti di forza dei Resolve, la potenza. I Resolve sono una band per tutti coloro che amano sound forti dall'impatto potente. La nostra musica è fatta di passione e dedizione, di sforzi importanti per raggiungere i nostri obiettivi, frutto di mesi di lavoro, che trovano il loro punto di forza nel messaggio, soprattutto sociale, dei testi.
Quali sono i vantaggi di produrre dischi tramite un’etichetta indipendente come la Oxygenate Production?
I vantaggi sono enormi: non abbiamo avuto nessun vincolo e nessuna costrizione da parte dell’etichetta. La nostra musica e il nostro modo di vedere la scena musicale sono state rispettate all’interno dell’Oxygenate, sia per la registrazione dell’album che per le riprese del video. Anzi, sono proprio loro che ci seguono, ci guidano, ci suggeriscono e ci supportano. Penso che per qualsiasi band sia un punto di arrivo far parte di una etichetta. Grazie all'Oxygenate Production il nostro lavoro Fast Youth Soundtrack è disponibile nei negozi tramite Audioglobe Distribuzione e on line su Interpunk.com. Diciamo insomma, attraverso una metafora, che l’Oxygenate Production è una stupenda isola in un mare di merda.
Avete in programma un tour per promuovere il disco appena uscito?
Si, le date sono numerose. Il tour è partito il 22 ottobre da Berlino, il 23 eravamo ad Erfurt e seguiranno date sia in Italia che nuovamente in Europa, confermate per la fase invernale. Chi vuole può trovare l’elenco dei concerti sempre aggiornato sul nostro MySpace (www.myspace.com/resolvemhc) oppure sulla nostra pagina Facebook.
Per quanto riguarda il futuro, invece, avete nuovi progetti in cantiere, qualcosa da svelare in anteprima a FutuRadio Web?
Per ora pensiamo soprattutto a promuovere con tutte le nostre forze il nostro cd Fast Youth Soundtrack e questo ci porta via parecchio tempo. Per il resto, il nostro principale obiettivo non è quello di vincere premi o di ottenere riconoscimenti, bensì quello di suonare il più possibile, per portare la nostra musica e i nostri testi in quante più menti possibili. Sarà il nostro pubblico a darci le soddisfazioni più importanti. In cantiere, però, c’è già la preparazione di vari set acustici, così come scrivere nuovo materiale.
Di seguito Misperceptions, il primo videoclip dei Resolve, tratto dal loro album di esordio Fast Youth Soundatrsck.
(fabio germani)
APRILE 2011
MARZO 2011
FEBBRAIO 2011










